scusa?
per una volta, ho una scusa

finalmente mi sono trasferito in Canada, e qui non ho ancora visto molte immagini di ArTe. eccetto questa, che sta sullaporta della cantina di casa mia.
ah, vi interessasse, sto tenendo un blog su quest’esperienza, è qui.
non aggiornerò architextures per qualche tempo, quando volete, passate pure da -180.
per una volta
non troppo in ritardo.
ieri ero a torino per guardare Iris (Manu fa un corso e io mi tengo la pupa finché lei non l’allatta… hey, sono riuscito a lavorare — gelandomi il culo su una panchina di pietra — tra il duomo, le porte palatine e l’orribile palazzo dei lavori pubblici… mica è da niente!), e mi sono trovato in un bell’ambiente.
a parte il peruviano in pullman che quando ha saputo che abbiamo tre bambini ha commentato: “ma non c’è la televisione a casa tua?” (risposta: “eh, sì, ma danno sempre roba noiosa!”), la città è in fermento. i telegiornali ne hanno parlato poco e le radio hanno fatto passare abbastanza sotto silenzio la cosa (a parte radio blackout e le solite radio schierate), e io non stavo manifestando, ma sono d’accordo con loro.
ecco il mio piccolo reportage:
1) palazzo nuovo, manifestazione contro il decreto gelmini
(be’, no, questa c’entra poco, non è neanche recente, ma mi piaceva perché compare la mia piccola. il testo sull’ArTe, ad ogni modo, dice: “ma quali nuovi CIE, ma quali retate, al sig. maroni solo legnate”)
(questa invece è proprio di ieri. testo: “siamo tutti/e indisponibili”)
(testo: “ladri di futuro, questa volta non scherziamo, le università le blocchiamo”. leggendola non sono riuscito a non commentare quella dislocazione a sinistra nella seconda parte dello striscione, indotta più dalla ricerca di una rima che da necessità pragmatiche come succede di solito per questo tipo di meccanismi di rematizzazione).
2) pretura, manifestazione contro cpt, espulsioni politiche anti-immigrazione
(testo: “migranti siamo tutt*!!! Sosteniamo le lotte CONTRO LO SFRUTTAMENTO”. anche in questo caso, ho annotato mentalmente scattando, c’è un ordine sintattico marcato, nella prima parte, un’altra dislocazione a sinistra senza ripresa pronominale… sarà la retorica dell’opposizione?)
ed ecco i miei due spiccioli su entrambe le questioni. (LO SO che non vi interessa, ma ho voglia di pararne in un luogo pubblico, e questo è, bene o male, l’unico mio luogo pubblico).
GELMINI: oh, be’, la questione è semplice: l’università è allo sfascio. in parte per colpa degli ultimi governi (e questa orrida logica di breve periodo che sono riusciti a far passare come l’unica possibile), in parte per colpa di una o forse due generazioni di baroni che non si sono mai preoccupati di fare una buona università.
la mia impressione è che concentrandosi sui tagli si perda di vista il problema vero.
intendiamoci, è ovviamente grave che non ci siano soldi, ma mettiamo per assurdo che una mistica finanziaria destini un miliardo di euro all’università: certo, così potremmo avere anche buona ricerca, ma non risolveremmo il problema di fondo e in capo a un certo tempo ci ritroveremmo a questo punto.
esemplificare il problema dei fondi e della ricerca è abbastanza semplice: il caso dell’isola delle scimmie e delle banane chiarifica anche quanto sia stupido sostenere che tagliando si stimola la qualità e si riducono i meccanismi baronali. immaginate un’isola popolata da due gruppi di scimmie: uno di scimmie grosse e cattive, capaci solo di mangiare banane e picchiare, uno di scimmie piccolette, che raccolgono quello che possono ma producono qualche tipo di utensile, sanno dipingersi il volto e dispongono di una cultura veicolata da un rudimentale ma ricco linguaggio verbale. a un certo punto una carestia riduce del 70% la quantità di banane sull’isola. chi credete che si accaparri il 30% di banane? certo, i baroni universitari. qualche briciola va a quei docenti e ricercatori che hanno smesso di fare ricerca per imparare i giochetti baronali (ovvero a picchiare e mangiare il più possibile).
è chiaro che manifestando sulla mancanza di soldi si promuove un concetto che tutti capiscono, ma l’effetto qual è? soldi, ovviamente, cioè qualcosa con cui tirare il fiato per un altro po’ di tempo finché non saremo di nuovo qui, con il 30% di banane, i ricercatori sui tetti e le università occupate.
il punto, però, non è questo. i soldi sono una sciocchezza.
il punto è la qualità.
facciamo la controparte dell’argomentazione per assurdo fatta coi soldi: immaginiamo un sistema di valutazione garantito, un sistema cioè in grado di dire senza errore: date queste condizioni, questa è la qualità che puoi ottenere.
quali effetti ci dovremmo aspettare? innanzitutto tagli mirati. poi, fatti tutti i tagli necessari, se si volesse un’università migliore si sarebbe anche costretti ad aggiungere soldi. perché se fosse palese (pubblico, ditelo come preferite) che la qualità di un istituto è scadente, non ci si potrebbe nascondere dietro le retoriche dell’alta qualità che avvolgono (e mascherano) qualsiasi cosa in Italia.
quindi il punto non sono i soldi, ma la mancanza di controllo.
senza nulla togliere allo scempio che stanno facendo (anche) i nostri attuali rappresentanti politici.
PS: ma quando ho spiegato il mio ragionamento a un giovane ricercatore (che lavora in Francia) e a Manu, mi hanno risposto che era corretto in astratto, ma inapplicabile in realtà, in Italia, dove nessuno vuole strumenti efficaci di valutazione.
allora facciamo davvero bene ad andarcene, ho detto io: è la dimostrazione che l’Italia è marcia e insalvabile.
PPS: l’unica proposta di rinnovamento dell’università che ho letto e mi piace è questa (introdotta da questo), comunque.
MIGRANTI: e veniamo al secondo punto. ebbene sì: confrontandomi con politiche per l’immigrazione tutt’altro che semplici (ma infinitamente migliori di quelle italiane), a volte penso proprio che siamo davvero tutti/e migranti. non che quando non pensavo di andarmene fossi di altra opinione, ma talvolta, in questo periodo di preparativi, l’immagine di adriano-migrante mi coglie/assale con insospettata violenza.
andiamo, andiamo.
speriamo di trovare qualcosa di meno marcio.
un cliente insoddisfatto
localizzazione: shot (ca. 05/08/2010) presso stazione ferroviaria di chivasso.
testo: (stampatello minuscolo, italiano) ritardi
note: questo pezzetto di carta è stato scocciato (o dovrei scrivere scotchato?) sulla parola “fumo”. siamo partiti da: “meno fumo, più rispetto” e siamo arrivati a “meno ritardi, più rispetto”, che per una stazione ferroviaria mi pare niente male.
be’, per essere onesti, un cartello con quella scritta dovrebbero avercelo in ufficio tutti i dirigenti di trenitalia. in ufficio o nelle camere d’ospedale dove tutte le maledizioni dei loro clienti insoddisfatti dovrebbero averli mandati.
in un momento in cui gianluigi beccaria scrive che le scritte moderne sono imbrattature mute su tuttolibri, questo è un piccolo segnale del fatto che il professore, per una volta, ha toppato.
nel caso in cui l’articolo dovesse essere rimosso dal sito de la stampa, ve lo posto qui (e speriamo che non ci siano problemi di copyright (nel caso, comunque, basta segnalarmelo e lo tolgo)):
Nel Sessantotto erano «tele» di parole, oggi nient’altro che imbrattature mute
Gian Luigi Beccaria
I muri cittadini grondano di scritte d’ogni colore. Per lo più non sono opera di «graffitari» (o writers, come li chiamano internazionalmente, con anglismo che da noi si comincia a usare intorno al 1993), i quali hanno una qualche intenzione d’arte. Sono colatura di vernice che non si «esprime» a parole, ma soltanto imbratta, e basta. Certamente, esprime un disagio, una protesta: la scritta si fa sul muro in quanto luogo istituzionalmente vietato, come fare la pipì nei giardinetti, in un aiuola pubblica. Va contro le norme della convivenza.
Qualcosa vorranno pur comunicare. Con la differenza però che, sin dai tempi dei graffiti di Pompei, i muri hanno parlato, ma con parole. Oggi non più. Quest’Italia-spray non si esprime a parole. Salvo i sempre più rari «Sara ti amo», tutto è colatura di vernice, sgorbio di bomboletta che soltanto sporca, segno di riconoscimento inespresso, come gli schizzi del cane che segna il territorio. Per questo ricordo con maggior piacere, quanto a intelligenza espressiva, le scritte della contestazione studentesca, anni Sessantotto e seguenti. Il muro era diventato la tela su cui i giovani contestatori pensavano di liberare se stessi, ma in forma di parole, non con imbrattature mute.
«I muri della città saranno i nostri urli», si leggeva, «Liberiamo la creatività», «Spazio all’immaginazione», «La fantasia uccide il potere», «Ho voglia di fare il matto». Si pensava che i muri potessero essere un mezzo di comunicazione diretto, immediato, «democratico». Ingenua utopia! Come quando ci si rivolgeva agli operai «finalmente liberati», capaci finalmente (Lotta continua, anno II, num. 3) di trasformare «il sordo e muto sabotaggio di tutti i giorni in un atto liberatorio, collettivo» con «le scritte, le incisioni di cui si stanno riempiendo i muri delle fabbriche italiane, prima nei cessi, nei refettori e negli spogliatoi, adesso anche nelle officine e negli uffici».
Follie, finché si vuole. Ma fantasia, ironia, creatività ce n’era da vendere. Le scritte più belle e riuscite erano tutto sommato quelle non politiche (anche perché quando si trattava di attaccare l’avversario, si ricadeva nella retorica dei luoghi comuni). Il muro era diventato il luogo privato, dove il personale poteva essere socializzato, comunicato: «Giovanna non ti amo più / E mi dispiace», oppure «Ho finito i soldi», «A forza di ascoltarmi mi sono ridotto male». Su una lavagna dell’Università, a Bologna, nella prolungata occupazione del ’77 qualcuno aveva scritto: «Ho sempre avuto paura della DC / incomincio ad aver paura del PCI / ma il mio problema di fondo rimane quello di Caterina».
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 27 febbraio)
un momento perfetto
dieci di mattina: ho deciso di sposticipare tutti i lavoretti burocratici a stanotte, l’aria è riempita dalla musica e dai suoni e dalle trilingui parole di razmataz, io bevo del barbera d’alba delle cantine cairel del 2003, l’anno in cui mi sono sposato, e sto insegnando in python a un listato a distinguere dei profili sintattici in italiano.
sono solo in casa.
quasi quasi mi ci abituo.
lettera (aperta)
localizzazione: shot (ca. 01/09/2010) presso stazione ferroviaria di chivasso.
testo: (corsivo maiuscolo e minuscolo, italiano)
note: ah, la scrittura, odi et amo, come disse quel poeta che sapeva iniziare una poesia con le parole “ve lo ficcherò in bocca e nel culo” (precisamente: inrumabo e pedicabo vos…). e mentre nel mondo c’è chi avvia concorsi di scrittura “dal basso” (qui e qui) e, permettetemi di essere s(n)ob e guardare la questione dall’alto, in un mucchio di altri posti (ad esempio qui e qui) c’è chi vede in queste esperienze finalmente “qualcosa di nuovo” (ma, cazzo, è roba che io ho fatto quasi due anni fa — male, peggio degli assai più preparati e competenti mcnab e duca non ci sono dubbi, ma con lo stesso fine di “fare qualcosa di originale”), mentre partono queste “iniziative popolari”, mi tornano in mano queste vecchie foto (sarà la sincronicità di cui parla Nick di bookandnegative? chi lo sa) che sono azioni di scrittura popolare. naturalmente, robe diverse: da una parte un movimento, ancorché lento (ma certo, io sono d’accordo col Dottor Sciacallis e con Alex McNab: c’è qualcosa di nuovo nell’aria), dall’altra solo una mossa. movimento e mossa come alternative fino a quando il collettivo (movimento) non divora l’individuale (mossa).
qui mi scopro, questa è la mia ragione politica: l’individuale singolare, assoluto. ma non solipsistico, non fraintendetemi: non mi piacerebbero altrimenti così tanto gli ArTe, che sono comunicazioni, aperture. è che alla fin fine tutto si riduce all’individuo e a quello che fa, al frutto delle sue mani, e non riesco a uscire da questo vicolo cieco: il mio lavoro si esaurisce nel mio lavoro, punto.
però — c’è quasi sempre un però — se il mio lavoro trova eco, o riecheggia, il lavoro di altri individui, se i riverberi si moltiplicano e la singolarità trasforma questo punto di equilibrio in un altro punto di equilibrio (si verifica cioè uno slittamento di fase, credo si dica così), il sistema cambia intorno all’individuo.
si verifica una trasformazione che viene dagli individui in quanto tali e muove al collettivo, di più, all’universale. sarà davvero possibile? oppure: stiamo parlando di persone o di api, formiche, termiti?
non lo so.
qualcuno sa se nei formicai (o nelle arnie) esistono ArTe?
a proposito della nuova ragione sociale
è di qualche giorno fa la notizia che architextures avrebbe cambiato ragione sociale; per rendere conto di tale cambiamento ho deciso di scrivere un breve post sulle categorie, uno strumento di wordpress che ho sempre usato poco e male. ma cerco di rimediare.
su AT-il blog (non potevo certo abbreviarlo ArTe!), le categorie sono impiegate come se fossero tag sovraordinati: se la categoria è foto (la categoria di default di AT, la sua ragione sociale originaria) i tag sono i cinque tag standard delle foto, quelli che definiscono di un ArTe (1) le dimensioni, (2) il materiale di supporto, (3) il tipo di luogo in cui sono, (4) il loro argomento, (5) lo strumento con cui sono stati fatti. queste dovrebbero essere informazioni note, a vari livelli di consapevolezza.
esigenze personali mi avevano anche indotto ad aggiungere una categoria riflessioni, arricchita anche con la categoria figlia video in cui mettere cose che non sono reperti fotografici di ArTe ma oggetti di varia natura raccolti in giro capaci di sollecitare qualche riflessione anche estranea all’ArTe oppure comunicazioni su AT (come questo post).
infine, nella rosa delle categorie iniziali, c’è anche presentazione che aveva lo scopo (e l’ambizione) di rendere (ancora più noto) qualcosa: iniziative, siti, cose così. queste tre categorie presentano al momento dei tag quali: link, ot e qualcosa d’altro.
la nuova ragione sociale ha indotto la creazione di due nuove categorie, figlie di “riflessioni”.
la prima si chiama progetti e con la quale marcherò i progetti collaterali rispetto ad AT (sia cose professionali come i convegni ai quali parteciperò e roba simile (che però potranno anche essere categorizzati come “presentazione”), sia cazzabubole che dipendono dai miei vari e ondivaghi interessi: dalla pornogrammatica all’archeologia narrativa, dai giochi da tavola e di ruolo alle questioni di genere).
la seconda si chiama narrative (giuro che uno come me, per il quale tutto è narrazione (non in senso alto-letterario, nel senso che la narrazione è la forma mentale con la quale (ci) rappresentiamo il mondo e con la quale lo rappresentano gli altri), decidere di creare questa categoria è stato difficilissimo).
due nuove categorie, quindi. il che significa nuovi tipi di materiali, nuovi e vecchi… ebbene sì, conto di ripescare alcuni dei post che avevo scritto per afanear (e nella fattispecie i post sulla comunicazione di genere e i raccontini urban fantasy, ovvero immagini che appestano le nostre città e immagini delle città secondo me).
seguiranno altri comunicati.
la mia sede?

localizzazione: shot (2009) presso (luogo sconosciuto).
testo: (stampatello maiuscolo, italiano)
CLUB DEI NATI STANCHI
note: questa è un’altra di quelle foto che mi raggiungono per vie traverse (nella fattispecie un conoscente di mia moglie) delle quali mi è difficile trovare una fonte o altri tipi di informazioni.
sono come messaggi in bottiglia: li trovi ma ti è impossibile risalire all’autore (dello scatto o della scritta, più grave il primo: gli ArTe non hanno bisogno di firma), alla data dello scatto, al luogo (peccato: non si possono effettuare pellegrinaggi né giri turistici).
anche se questo, per alcuni versi, è uno dei tratti salienti degli ArTe come genere testuale: possono assolutamente autosufficienti, disancorati da un contesto specifico… in senso ermeneutico, ovviamente; in senso testual-materico sono decisamente ben ancorati, per non dire dipendenti dal loro supporto, altro che problema dell’originalità dell’opera d’arte nell’era della riproducibilità tecnica! anche se, per tornare all’interpretazione, in senso sociale e storico possono essere legati all’attualità o alla storia (qualcuno si ricorda quello sui piemontesi in sardegna di qualche tempo fa?) o alla tecnologia (in fondo è da relativamente pochi anni che negli ArTe dei cessi pubblici sono comparsi i numeri dei telefoni cellulari, e ho il sospetto che una volta ci fossero meno scritte coi pennarelli e più incisioni, più foglietti incollati e meno spray (ma magari mi sbaglio)).
quel che intendo dire, troppo rozzamente, me ne rendo conto anch’io, è che esistono due livelli di ermeneusi, di interpretazione: uno strettamente testuale e uno più vicino alla paleografia e finanche alla filologia che si occupoa non del tenore o del campo (i tecnici mi perdoneranno questo ratto di terminologia sociolinguistica), ma del modo nel senso ampio in cui il modo viene analizzato nella teoria della diamesìa generale, a partire dal concetto di testo come massa di materia verbale; con una zona di confine, tra l’approccio diciamo così “testuale” e quello diciamo così “paleografico”, in cui vengono menzionate o usate nel testo stesso tecnologie per la manipolazione della materia verbale che ci aiutano nella datazione e nella localizzazione.
e qui concludo, anticipando che in novembre spero di riuscire finalmente a licenziare il progetto sull’archeologia narrativa del quale vado blaterando da un fracco di tempo ormai. certo, se per il pezzo ceh sto scrivendo avessi strumenti più adeguati potrei riuscire a fare tutto più velocemente e con assai meno sbattimento, ma questo è quel che mi tocca: ritornare a fare il falegname che si fabbrica il suo tavolo da lavoro e poi il punteruolo, la livella, il graffietto, la morsa, la raspa, la lima, la pinza, il martello, il mazzuolo, il giravite, la pialla, lo scalpello, la sgorbia, la sega… (che fatica essere nati stanchi!)
dio ti ama
localizzazione: shot (ca. 04/09/2010) in via rossini a torino, tra via verdi e via po.
testo: FOTTI LE OLIMPIADI!
FUCK THE OLIMPIES!
Dio ti ama e vuole aiutare proprio te
credi in Gesù Cristo e acceta la sua grazia,
pentiti del tuo peccato.
torna a dio oggi.
selezioniamo candidati
x il nuovo reality
al [numero telefonico]
dio ti ama
porco dio
note: oggi compreremo i biglietti, se non ce li comprano tutti prima. non sappiamo ancora bene: torino-francoforte-toronto o torino-londra-toronto? non è chiaro, ma abbiamo navigato in expedia, ebookers, govoyages e altri motori, e siamo decisi. giusto da limare qualche dettaglio.
è un periodo di stratificazioni, ma non stratificazioni come quelle della geologia o di questo meraviglioso ArTe (non trovate geniale l’accostamento, il dialogo dei testi? qui c’è da riformare tutta la teoria della testualità, altro che beaugrande e dressler, altro che transtestualità genettiana, c’è da far cortocircuitare l’economia ermeneutica tanto auspicata dall’eco dei limiti dell’interpretazione!). sono stratificazioni contemporanee, una forma di ubiquità dell’azione e della volizione, rizomatica onnipervadente del progetto, sinergia caotica alla ricerca di un equilibrio impossibile.
o forse è solo il modo in cui io riesco a (non) comprendere (nel senso etimologico di [prendere dentro di sé... uhm, be', me]) questo slittamento di fase.
intanto, cercherò di andare alla notte dell’iguana.
e finire i miei lavori.
e postare qualcosa anche sul blog di famiglia.
ma secondo voi, i bestemmiatori saranno accettati al nuovo reality?
due parole, solo per dire…
non mi fermo, tutto qui.
be’, avrei sonno, e devo andare a dormire perché so che non è salutare continuare a crollare ogni quattro giorni per mancanza di sonno, ma ho proprio voglia di (scopare?)(giocare di ruolo?)(sbronzarmi?)(oddio, una canna, ecco, sì, una canna… e un film del maestro miyazaki… ah che relax, mi sento meglio solo a pensarci) aggiungere un post su architextures.
insomma, avevo promesso una svolta, non poteva continuare tutto come prima, no?
bene.
ecco, allora, due parole tanto per dire che (i californiani mi hanno richiamato, lavoro di nuovo per una megacorporazione!)(cazzo, ho da preparare un intervento al workshop del gruppo di VALERE entro fine mese)(e devo pure fare il sito… so già che le mie idee non piaceranno, domani vedo il coordinatore e sento gli altri responsabili)(e la pornogrammatica, eh, dove la mettiamo la pornogrammatica? no, per carità, non rispondetemi, intendevo solo dire che anche quella s’haddafa’)(e… no, non è ancora il momento di parlare di questo), per dire che, dicevo, nel tempo libero, sto lavorando a un progettino sull’archeologia narrativa. quelli che leggevano afanear ne hanno già sentito parlare, per gli altri: aspettatevi qualcosa di buono. sarà sempre su e-allora.net, promette di venire bello rozzo come piace a me.
e poi, quando avrò finito rat log (il progetto si chiama così) credo che mi lancerò su quella cosa sugli stereotipi di genere nella narrativa. negli ultimi mesi ci ho rimuginato a sbalzelloni come al solito, potrebbe diventare interessante.
nel frattempo, avete visto che il saggio rarumurrus è tornato in circolazione? qui.
comunque, sono diventato sportivo: due volte alla settimana in piscina.
il lunedì porto davide e aspetto a bordo vasca coll’accappatoio in mano (eh, ma saranno 40 minuti, eh), il sabato mattina diana, e allora entro anche io ché l’acquaticità per duenni si fa coi genitori. però, mica cazzi: acqua a 30 gradi, settanta centimetri di profondità. voglio vedere la volta che mi addormento sui bocchettoni dell’acqua calda.
ma mi sa che mi perderò pure quello.
‘notte.
